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LANUOVASTAGIOI
24 gennaio 2008
Il comandante Bulow e il valore della libertà
POLITICA

Arrigo Boldrini non c'è più. Ho scritto per l'Unità questo ricordo.


Roma era stata liberata da due soli giorni. Il 6 giugno ’44, in Campidoglio, nasceva l’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia: mentre il nord del Paese attendeva ancora la libertà, c’era già, in chi per essa si stava battendo contro tedeschi e fascisti, il pensiero del dopo, della ricostruzione, dei valori che avrebbero dovuto animare la nostra democrazia, che avrebbero dovuto diventare patrimonio delle nuove generazioni di italiani. «Eravamo profondamente convinti che la nostra esperienza, con le sue luci e le sue ombre, potesse essere di esempio per far comprendere il valore della libertà, il rischio di perderla, il sacrificio che occorre per riconquistarla; per far nascere nelle coscienze la volontà di affermarla, difenderla, arricchirla».

Così ha raccontato quel momento, diversi anni dopo, Arrigo Boldrini, il comandante Bulow.

Dire che con lui se ne è andato un pezzo della nostra storia davvero non è una esagerazione. La foto che lo ritrae mentre riceve, in una piazza della sua Ravenna tornata libera anche grazie a lui, la medaglia d’oro al valor militare dal generale McCreery, comandante dell’VIII Armata britannica, è tra quelle che rappresentano meglio il ruolo che la Resistenza ebbe per far uscire l’Italia dal buio della dittatura e della guerra. Le parole con le quali Boldrini raccontava l’aspirazione di chi diede vita all’Anpi sono tra quelle che raccontano meglio il senso dell’impegno, suo e di tante donne e uomini della sua generazione, per dare forza ai principi e ai valori sanciti dalla Costituzione della Repubblica, come ieri ha ricordato il Presidente Napolitano.

Quei principi, quei valori, Boldrini aveva contribuito prima a renderli possibili, combattendo come partigiano, e poi a delinearli, ad affermarli, nelle file del Pci sui banchi dell’Assemblea Costituente, dove al mattino ci si scontrava in maniera dura sulla politica, ma al pomeriggio, discutendo della Carta fondamentale di tutti gli italiani, ci si rispettava, e non c’era contraddizione tra l’essere appassionatamente di parte ed essere capaci di trovare un’intesa al di sopra delle parti. Accadeva grazie a caratteristiche profonde che uomini come Boldrini e come il suo grande amico e conterraneo Benigno Zaccagnini, il partigiano «Tommaso Moro», avevano: un profondo rigore morale, la convinzione che la politica dovesse essere animata da tensione etica, la sobrietà, la capacità di pensare ai «tempi lunghi», di avere una visione, di possedere «senso dello Stato», delle istituzioni.

Arrigo Boldrini è stato, per tutta la sua vita, un custode attento e tenace della memoria storica di quella stagione.

Dopo aver fatto quel che avrebbe già potuto riempire l’esistenza di una persona, si è impegnato per anni e anni, con la stessa passione, a non disperdere il patrimonio ideale della Resistenza. Un impegno prezioso, soprattutto nei momenti in cui da alcune parti si è tentato di far calare l’oblio su quelle pagine della nostra vicenda nazionale, come a voler facilitare una sorta di equiparazione delle parti in conflitto. Tutto indistinto, tutto uguale: gli uomini in lotta, le loro idee. Una sorta di «indistinzione» volta a confondere fascismo e antifascismo, i torti e le ragioni, carnefici e vittime. Boldrini era la prova «fisica» che non è così, che non è lecito sostenere tesi di questo tipo se non negando la storia. È vero, ed è giusto: finito il tempo delle ideologie, si può discutere liberamente di tutto, in modo più sereno rispetto al passato.

Una cosa, però, è assolutamente chiara e netta, e non è mai inutile ripeterlo: non si può in alcun modo pensare di equiparare Salò e la Resistenza, il fascismo e l’antifascismo.

Fu giusta una sola scelta: quella compiuta da chi, comunista o socialista, azionista, cattolico o liberale, combatté contro coloro che collaborarono alle stragi naziste, alle rappresaglie e alle deportazioni, condividendo le tremende responsabilità del rastrellamento del Ghetto, di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema; quella compiuta da chi si oppose a un regime e a una politica che anche nel nostro Paese produsse la vergogna delle leggi razziali, la discriminazione e la persecuzione degli ebrei, la loro deportazione in campi da dove tanti non fecero ritorno.

È lì, nella Resistenza, che affonda le sue radici la nostra Repubblica. È grazie a quella rinascita civile e morale che si sono potuti affermare i principi fondamentali della nostra Costituzione, della quale proprio questa mattina verranno celebrati, alla Camera dei deputati e alla presenza del Presidente Napolitano, i sessant’anni di vita.

Se oggi noi tutti viviamo in una democrazia lo dobbiamo agli uni, e non agli altri. Se i nostri figli possono pensare al proprio futuro in un paese libero, in un grande paese europeo, lo devono agli uni, e non agli altri. A uomini come Arrigo Boldrini, che meritano, oggi e per sempre, il nostro grazie. E il mio, anche per l’affetto e persino la tenerezza con cui ha sempre seguito il mio lavoro.


Walter Veltroni
23 ottobre 2007
La mia solidarietà a Gad Lerner
SOCIETA'
 "Ho letto sul sito di Gad Lerner della raffica di insulti antisemiti indirizzati a lui dopo una puntata dell'Infedele dalle frequenze di 'Radio Padania'. Chi parla al pubblico attraverso i media non può permettersi e permettere certe odiose inciviltà.
Quelle parole contro gli ebrei sono una vergogna di fronte alla quale occorre reagire con fermezza e determinazione.
E' dovere di tutti opporsi al pericoloso riaffacciarsi di un odio che nessuno, nel nostro Paese che ha saputo lottare per la democrazia, vuole rivivere. A Gad esprimo la mia solidarietà e la conferma di un impegno contro l'antisemitismo e ogni forma di razzismo".

Walter Veltroni